In ricordo del Professor Michele Zappella
Ci uniamo al nostro Direttore Scientifico Fabiana Sonnino che ha voluto dedicare un ricordo profondo e commosso al Prof. Michele Zappella, scomparso in questi giorni.
Una figura rivoluzionaria, un gigante della neuropsichiatria infantile e una vera Guida, che ha segnato la storia della clinica a livello mondiale e a cui dobbiamo l’origine del nostro percorso professionale e umano.
Chi era Michele Zappella:
Nato a Viareggio, laureatosi in Medicina e Chirurgia a Roma nel 1960, Zappella aveva compreso precocemente che per cambiare la psichiatria infantile in Italia fosse necessario guardare oltre i confini nazionali. Nei primi anni Sessanta si trasferisce a Londra, lavorando al Fountain Hospital, per poi volare negli Stati Uniti grazie alla prestigiosa borsa di studio Fulbright, operando come Fellow of Neurology al Children’s Hospital di Washington.Conseguite le specializzazioni in Pediatria, Neuropsichiatria Infantile e Malattie Nervose e Mentali, nel 1973 assume la guida del reparto di Siena. Sotto la sua direzione, le corsie ospedaliere si trasformano da luoghi di contenimento a laboratori di accoglienza e sperimentazione. È qui che Zappella sviluppa l’AERC (Attivazione Emotiva con Reciprocità Corporea), un approccio terapeutico rivoluzionario per l’autismo che metteva al centro l’interazione corporea e il legame empatico tra medico, genitori e bambino. Il rigore della sua attività di ricerca – tradotto in oltre 300 pubblicazioni scientifiche – ha segnato tappe miliari nella medicina evolutiva. Negli anni Sessanta descrive il riflesso di posizionamento (placing reflex), fondamentale per la diagnosi precoce del ritardo mentale. Anni dopo, il suo nome entra ufficialmente nei manuali medici di tutto il pianeta grazie alla scoperta e alla descrizione di una variante specifica della Sindrome di Rett (a linguaggio conservato), riconosciuta universalmente dalla comunità scientifica come “Zappella Variant”.Incarichi come Research Coordinator per la Foundation for Autism Research di New York e la direzione scientifica della rivista “Autismo e disturbi dello sviluppo” (Edizioni Erickson) ne hanno consacrato lo status di scienziato globale. Eppure, il suo impatto più profondo è stato di natura sociale. Tra il 1969 e il 1970, quando i bambini con disabilità venivano ancora tragicamente nascosti o istituzionalizzati, Zappella firma i primi articoli scientifici in Italia per chiederne con forza l’inserimento nelle scuole comuni, un impegno civile che nel 1981 gli varrà la Medaglia d’Oro del Comune di Sesto San Giovanni. Oltre i titoli e i premi (tra cui il Premio Glaxo), l’impatto di Zappella si misura nello stile clinico che ha trasmesso a chi è cresciuto al suo fianco. “Per noi specializzandi il Professore era una lezione vivente di etica” racconta uno dei suoi storici allievi. «Ci diceva sempre: ‘Se volete capire un bambino, dovete mettervi alla sua altezza, anche se questo significa togliere il camice e sedersi sul pavimento a giocare con lui’. Non parlava mai di limiti biologici invalicabili, ma di ponti emotivi che avevamo il dovere di gettare».Fino agli ultimi mesi della sua vita, Zappella non ha mai smesso di lottare. Il suo ultimo saggio, “Bambini con le etichette”, suona oggi come un testamento spirituale e un monito severo alla società contemporanea, colpevole a suo dire di voler iper-medicalizzare e catalogare precocemente ogni comportamento infantile. «Ci ammoniva severamente quando cercavamo di liquidare un caso difficile dietro una sigla fredda», conclude l’allievo. «Ci ricordava che dietro quell’etichetta c’è una persona emotiva che chiede di essere ascoltata, non un timbro da applicare».

